Frattura scuola-lavoro: ipotesi di superamento Intervento del Dr: Domenico Lascaro nel Convegno dell’Associazione Alba svoltosi a Matera il 25 Ottobre 2013

MATERA. Volentieri ho accettato di intervenire sulla frattura esistente tra scuola e mondo del lavoro, argomento non meno attuale di quelli trattati in questo convegno.
Affronterò il problema partendo dalla situazione di crisi in cui versano da anni scuola e mondo del lavoro. Passerò poi ad accennare ai diversi tentativi fatti negli ultimi anni per tentare di superare le difficoltà esistenti. Cercherò infine di indicare quelle misure che a mio parere dovrebbero almeno attenuare le carenze in atto.
La crisi della scuola italiana è ormai sotto gli occhi di tutti. A gran voce gli organismi di osservazione internazionali la collocano agli ultimi posti in Europa per inefficienza ed inefficacia formativa. Ci preme dunque scoprire le cause della crisi e il conflitto che ne deriva tra scuola e lavoro, tra scuola e società, allo scopo di indicarne le possibili soluzioni.
I dati emersi sono alquanto sconfortanti, soprattutto a livello delle scuole di secondo grado. Affiorano carenze sul piano linguistico e matematico, persino sulla capacità diargomentare sul piano logico. Non fanno eccezione i licei che da sempre hanno costituito l’eccellenza della scuola italiana.Questa è la situazione per così dire macroscopica della nostra scuola, anche se in alcuni casi particolari non tutto è da buttar via. Resta comunque una condizione insostenibile che necessita di interventi urgenti e risolutivi se non si vuole perdere il treno della ripresa.
Fino a qualche decennio addietro le poche istituzioni scolastiche esistentierano sufficientia formare giovani idonei a ricoprire qualsiasi mansione lavorativa. Lo Stato assumeva tutti gli insegnanti, i licenziati dal vecchio Avviamento trovavano subito collocazione nelle nascenti industrie; ragionieri e geometri un lavoro sicuro e ben retribuito nelle poste, negli EE.LL e quant’altro. I laureati erano contesi in ogni campo lavorativo.
Poi tutto è cambiato. La scuola media unica ha dato il via alla scolarizzazione di massa. Sono sortinuovi indirizzi, moltiplicate le facoltà universitarie, il presalario non lo si è negato più a nessuno; bastava superare un paio di esami e la laurea poteva anche non arrivare mai.Insomma si è assistito ad un vero e proprio boom di istruzioneche ha consentito un riscatto economico e sociale a vasti strati della popolazione.
Ma all’ aumento vertiginoso di istruzione, sul piano qualitativo non è seguito un progresso altrettanto rilevante. La scuola è rimasta al palo, mentre la società evolveva con ritmi accelerati. Inizia così ad allargarsi sempre più il divario tra scuola e società e mondo del lavoro. Quando il fenomeno è stato finalmente percepito in tutta la sua portata negativa, si è avvertita l’esigenza di una globale e organica riforma che elevasse la scuola italiana al livello dei grandi paesi europei.
Ma il succedersi precipitoso dei governi centrali e l’assenza di un disegno complessivo che ponesse l’istruzione al centro degli interessi nazionali, han fatto sì che la soluzione del problema fosse rinviata sine die. La scuola comunque è andata in ogni modo avanti grazie al sacrificio e alla buona volontà degli insegnanti. Non si sono fatti molti passi avanti, però tutto si è tenuto a livelli più che dignitosi.

I tentativi di riforma, sia pure per singoli comparti, hanno conseguito risultati anche apprezzabili in diversi settori. Penso all’introduzione del Tempo Pieno nella scuola elementare, al Tempo Prolungato nella scuola media, all’abolizione delle classi differenziali e ai decreti delegati; sono state inoltre introdotte alcune innovazioni didattiche che hanno giovato non poco all’andamento generale dell’istruzione. Cito ad esempio l’emanazione dei Nuovi Orientamenti nella scuola materna, quelli del ‘79 nella scuola media e i Programmi dell’‘85 ella scuola elementare.
Inizia da allora un ventennio di riforme e controriforme che annullano ogni tentativo risolutore. Dopo un tempo infinito di incubazione,approdano finalmente le proposte dei Programmi Broccafinalizzati al riordino degli indirizzi superiori. Cambia governo e il Ministro Berlinguer corregge il disegno precedente: riforma la maturità, innalza l’obbligo a 15 anni, riordina i cicli scolastici e abbassa il limite della maturità a 18 anni. Prima che il progetto entri comunque in vigore, il nuovo Ministro Moratti cancella senza esitare l’ipotesi Berlinguer e detta nuovi indirizzi didattici .Segue Fioroni che blocca la legge n.53/2003 della Moratti, ripristina i rimandi estivi e innalza l’obbligo a 16 anni. Infine la Gelminirimette tutto in discussione e predispone una nuova riforma che dovrebbe entrare in vigore nel 2014.
Questo lungo processo di “cambiamento senza riforma, come è stato denominato,” produce comunque alcuni aspetti positivi, tra cui un forte sviluppo dell’istruzione tecnica, il superamento dello storico divario tra istruzione maschile e istruzione femminile, nonché una presa di coscienza popolare per una urgente riforma organica di tutto il sistema scolastico italiano.
Ma con la situazione economicache precipitava e il debito pubblico reso ormai ingovernabile, inizia un vero periodo di restaurazioneall’insegna di tagli indiscriminati, sia da destra che da sinistra. Otto miliardi di Euro nell’arco di tre anni sottratti alla scuola dal Ministro Tremonti, danno la misura dello scempio operato. Ormai le stime OCSE definiscono senza mezzi termini “analfabetismo di ritorno” lo stato del sistema scolastico italiano. Il calo demografico che si è registrato in questi ultimi decenni, anziché costituire un’occasione per commisurare le risorse ai bisogni dell’utenza, viene utilizzato paradossalmenteper giustificare una secca riduzione delle stesse.
Ci sono voluti dieci anni di dibattiti e di verifiche per dimostrare la validità del Tempo Pieno e dell’inefficacia pedagogica del maestro “tuttologo”, ma al Ministro Moratti, chissà perché , sono bastati solopochi giorni per decretarne l’abolizione. Fioroni ha sì re-introdotto i rimandi a settembre, ma li ha resi un’autentica farsa La Gelmininon è stata da meno, ha ridotto le ore di insegnamento nella scuola media da 33 a 27, decurtando l’insegnamento musicale, la seconda lingua comunitaria, la tecnologia e ‘informatica, discipline anch’esse fondamentali per la formazione della personalità.
A firma del Ministro Profumo sono state promulgatele Nuove Indicazioni Nazionali per il Curricolo della scuola dell’Infanzia e del 1° Ciclo, le quali, pur avendo uno spessore pedagogico e didattico notevoli, rischiano di rimanere solo una chimera se non sarà subito predisposto un massiccio programma di aggiornamento per tutti i docenti. Non solo. L’introduzione di alcune nuove discipline, come l’informatica, poco si conciliano con il ritorno al maestro unico e al taglio indiscriminato delle ore di insegnamento.
Se questo è il quadro poco rassicurante che emerge dall’analisi del sistema scolastico, bastano poche parole per descrivere la situazione drammatica e per certi versi paradossale in cui si trova il mondo del lavoro nel nostro Paese. La disoccupazione sfiora ormai il 28% del totale. Ogni giorno chiudono decine di imprese, l’agricoltura versa in uno stato di precarietà insostenibile. Non esiste uno straccio di politica industriale; Il territorio crolla a pezzi e migliaia di geologi attendono invano un posto di lavoro. Non è compito mio affrontare in questo contesto il problema, ma non posso fare a meno di evidenziare la colpevole incapacità di tutta la classe politica di cercare soluzioni adeguate
Però il vero paradosso del lavoro in Italia è che da un lato vi è una forza lavoro esuberante, dall’altro una carenza di manodopera specializzata che costringe i datori di lavoro a reperirla altrove.
E’qui che la frattura tra scuola e lavoro mostra tutta la sua drammaticità. Ma prima di ipotizzarnele soluzioni, è bene accennare alle cause più profonde della crisi scolastica, al di làdelle mancate riforme strutturali di sopra esposte. Secondo me i veri motivi della crisi per gran parte non hanno valore economico, bensì politico, sociale e morale.
Per prima cosa, come già di sopra accennato, è mancata una visione organica della politica scolastica; non è mai affiorato un disegno complessivo che affidasse alla scuola il ruolo di elevazione culturale e sociale di tutto il popolo; la scuola doveva servire a conservare lo stato delle cose; i docenti erano da considerare “vestali della classe media”, come furono definiti in un testo degli anni settanta.
Un altro elemento da evidenziare è che nella scuola italiana vige ancora un modello di selezione per fasce sociali, dapprima come scelta di classe, attualmente come dato di fatto E’ significativo che nei licei il 37% degli iscritti sono figli di dirigenti e di liberi professionisti a fronte del 10% dei figli di operai; il contrario si verifica negli istituti professionali; un elemento ancora più preminente è dato da una ingiustificata decurtazione di ogni forma di lavoro creativo nella scuola dell’obbligo che rischia di generare non poche carenze non solo sul piano pratico, ma soprattutto dal punto di vista della formazione integrale della persona.
Partendo dal naturale istinto del bambino al fare, l’attività manuale e pratica, come una volta si diceva, serviva a potenziare l’interesse per il “dovere di fare”, che diveniva per sua natura un tirocinio morale e sociale; oltre a creare occasioni di autentiche esperienze di gruppo in cui si annulla ogni differenza di ceto, il lavoro manuale eseguito nella scuola rende dignitoso ogni tipo di attività futura. Solo esercitando tutte le attitudini dei ragazzi, comprese quelle pratiche, la persona è davvero libera di scegliere il proprio futuro lavorativo. Necessita quindi una selezione che promuova e non emargini, sostenuta da corrette forme di sostegno didattico, da aiuti economici per i più bisognosi, da un valido sistema orientativo.
Con la restituzione della dignità a qualsiasi tipo di lavoro si sana la frattura tra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Anzi, solo a queste condizioni si potranno potenziare , al di là dei semplici tecnicismi di alfabetizzazione, la scoperta, la creatività, l’intraprendenza e la voglia di impresa.
Alla luce di quanto esposto si possono facilmente intravedere le misure urgenti e indispensabili che dovrebbero restituire efficacia ed efficienza alla scuola italiana. Ne cito alcune tra le più importanti: ripensareuna diversa e organica formazione di base per tutti i docenti; rendere il primo ciclo secondario uguale per tutti. Puntare ad una formazione unitaria che aiuti l’individuo a ragionare con la propria testa, a vedere criticamente il mondo e a fargli acquisire quelle competenze che gli permettano di districarsi nel groviglio della burocrazia e a partecipare attivamente alla vita sociale. Estendere l’obbligo scolastico fino a 18 anni, potenziare gli asili nido e la scuola dell’Infanzia. Reintrodurre il modello del Tempo Pieno generalizzato; non per ultime adeguare le retribuzioni del personale ai compiti nuovi che si profilano.
Un’ultima urgente innovazione: modificare senza alcun indugio le modalità di espletamento dei concorsi pubblici basati solo sul merito e non sulle clientele. Il cosiddetto Concorsone del Ministro Profumo, non solo non ha eliminato tutti i difetti del passato, ma ha creato nei giovani docenti aspettative puntualmente disattese e sentimenti di delusione e di frustrazione: il danno oltre la beffa, se si pensa che dei posti messi a concorso, solo il 10% è stato coperto; una vera illegalità.
Certamente nascerà spontanea la domanda, come direbbe qualcuno: belle parole, ma le risorse dove le prendiamo? Di certo non dal Governo delle lunghe attese; sarebbe come pretendere di spillare vino da un otre strizzato. Se davvero si vorrà porre rimedio allo sfascio attuale non si dovranno attendere i tempi lunghiprevisti dalla cosiddetta Legge di Stabilità. Sarà opportuno dar vita ad un movimento di cittadini, indignati e responsabili, che dal basso rivendichinouna scuola efficiente e moderna, consapevoli che investire nell’istruzione e nella ricerca significa porre le basi per lo sviluppo economico e sociale della nazione.
Sul piano specifico del lavoro, se sono veritiere le previsioni degli economisti che la crisi economica e quindi dell’occupazione, potrà aver termine solo fra dieci anni, è doveroso pensare già da oggi ai rimedi che eviterebbero il collasso totale. Il dato più preoccupante, secondo l’americano Uri Dadush, sta nell’interazione tra tecnologia e globalizzazione.
Se si considera l’introduzione di nuovi robot e di macchine sempre più sofisticate nell’industria e nell’agricoltura e la prassi di esternalizzare attività produttive o terziarie nei paesi in via di sviluppo,sarà sempre più difficile trovare occupazione. Egli sostiene che assicurare semplicemente un più alto livello di istruzione potrebbe non bastare; occorrerà puntare su livelli eccezionali di preparazione; se si è solo bravi e non eccezionali si farà molta fatica nel futuro a trovare lavoro.
Che cosa rimarrà allora da fare? Si dovranno ipotizzare due categorie di professionalità: una basata su una formazione di eccellenza, altamente creativa e non di routine, richiedente intensi rapporti non strutturati tra le persone, come ad esempio la progettazione di nuove macchine, la gestione di aziende complesse, docenti sempre più qualificati, ecc., l’altra, comprendente un ampio numero di attività semplici a livelloimpiegatizio, assistenziale o esecutivo, ma non meno indispensabili e qualificati.
Sarà certamente necessario assicurare a tutti un più alto livello di istruzione generale. Ma così facendo si potrebbe creare un ulteriore aumento di laureati costretti a svolgere un lavoro inferiore alle loro aspettative. Per questo sarà indispensabile introdurre sistemi democratici di selezione basati sul merito e non sul ceto di appartenenza; ma nello stesso tempo potenziare di ciascuno le reali attitudini con forme di orientamento rispondenti ai canoni della pedagogia scientifica.
Le disuguaglianze di classe, a queste condizioni, se non scomparire del tutto, certamente si ridurrebbero. Rimarrebbero solo differenze di funzione che un’accorta politica potrebbe appianare attraverso un’equa leva fiscale per distribuire il reddito e attenuarele difformità di status.
Concludo il mio intervento citando l’interessante meeting della prima Maker Faire di Roma svoltasi qualche settimana fa. Si tratta di un movimento internazionale denominato Arduino che raccoglie intorno a sé una schiera di artigiani digitali con l’obiettivo di trasformare la creatività artigianale nella più ampia produzione industriale. Alla base del sodalizio vi sono tre elementi fondamentali: l’entusiasmo, la creatività, la concretezza. Infatti lo scopo di questi inventori fai-da-te è quello di imparare a farsi le cose con le proprie mani, utilizzare la voglia di fareper riappropriarsi del futuro. Questa autentica esplosione di creatività sta già dando risultati straordinari in America e in altre parti del mondo.
Qual è dunque il segreto di tanto successo? Lo abbiamo già di sopra accennato: la scuola oltre a rinnovarsi dalle fondamenta per offrire ai giovani una cultura generale foriera di personalità libere e artefici del proprio futuro,dovrà tendere a sviluppare tutte le intelligenze dell’individuo, comprese quelle manipolative, attraverso una prassi didattica innovativa basata sulla ricerca personale e sul metodo supremo dell’attivismo. Non a caso il massimo esempio di intellettuale integrale che ha coniugato in un nesso inscindibile cultura e scienza, teoria e pratica, è stato un tale Leonardo da Vinci che oltre cinque secoli affermava: “La conoscenza non potrà mai bastarmi, sento l’urgenza del fare”. Domenico Lascaro

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